Sogni e rivoluzione. Gli anni Settanta per Musica Ribelle

Molti dei brani contenuti in Diesel sono stati inseriti nel musical Musica Ribelle e, in occasione dello spettacolo messo in scena al Teatro Era, noi abbiamo intervistato il regista Emanuele Gamba (E.G.), l’aiuto regista Alessia Cespuglio (A.C.), il direttore artistico e ideatore del progetto Pietro Contorno (P.C.) e siamo riusciti a fare qualche domanda anche a Massimo Olcese (M.O.) – il signor Hugo nello spettacolo,  Arianna Battilana (A.B.), che interpreta Lara93 e Federico Marignetti (F.M.), che recita nel ruolo di Vento.

A tutti abbiamo chiesto una riflessione sugli anni Settanta  e sul concetto di ribellione oggi. Ne sono uscite idee molto interessanti, che di seguito vi riportiamo in maniera parziale.

 

Intervista ai registi e all’ideatore del soggetto:

 

La prima domanda di rito riguarda le differenze che avete incontrato lavorando ad uno spettacolo inedito, rispetto al precedente musical Spring Awakening, in cui sicuramente i referenti erano molti… come è nato invece questo progetto?P.C.: «Dopo Spring Awakening ci siamo guardati un po’ intorno per vedere quali titoli, anche a livello internazionale, potessero permetterci di proseguire un lavoro sullo stesso piano ma non abbiamo trovato niente, per cui ci siamo detti: tentiamo qualcosa di nuovo, facciamo un 2.0 delle nostre produzioni, pensiamo a qualcosa di nostro. E dall’immaginario mio, dalla mia esperienza personale di musicista, è nata l’idea di consultare Finardi, che ho ascoltato tantissimo in quegli anni, quando anche io avevo la mia band. Dopo alcuni incontri con Finardi c’è stato concesso quindi di sviluppare questo lavoro, definendo però ben chiaro che lo spettacolo non è uno spettacolo di Finardi, non è  prodotto da lui: lui ha dato un input, rimanendo fuori dalla parte produttiva. Da lì sono partite tutta una serie di interviste, l’incarico dato a un drammaturgo importante come Francesco Niccolini: il nostro obiettivo è stato quello di proseguire qualcosa nel solco di Spring Awakening, quindi dalla forte prosa, con forti temi, che parlasse di ragazzi, di generazioni a confronto…tutti elementi che secondo me rendono un’opera un classico. La sfida è stata quella di puntare a Finardi, artista molto caratterizzato ma con una discografia poco conosciuta, quindi  il rischio era alto perché ci sono nell’opera anche brani più famosi come Musica Ribelle, Extraterrestre, ma allo stesso tempo ci sono anche brani meno conosciuti come Cuba: il nostro obiettivo era in generale quello di fotografare quel determinato periodo.
Abbiamo insieme alla Bags Entertainment, al Goldoni e al teatro Nazionale della Toscana, creato una squadra che ha voluto rischiare e investire in un progetto che in questo conteso storico italiano, per il pubblico che abbiamo, per i teatri che abbiamo, per il momento che stiamo attraversando, è veramente un azzardo, imprenditoriale e culturale. Abbiamo cercato di provocare il pubblico in senso positivo, invitandolo a rimettere in moto il ragionamento, a rimettere in moto l’attenzione. È una storia che non parla solo di anni Settanta, ma parte da lì per parlare dei ragazzi di oggi…è un’operazione a cui il pubblico è poco abituato e abbiamo notato che finisce per uscire dallo spettacolo prima di tutto stimolato e poi, a seconda del proprio percorso personale, sconcertato, o divertito o interessato o incuriosito: questa è secondo noi la funzione che dovrebbe avere il teatro».

E.G.: «La parte più bella è che abbiamo potuto metter mano ad un materiale liberamente, affrontando una storia italiana molto tipica, gli anni Settanta milanesi come rappresentativi di un’Italia stretta tra frikketonismo da una parte e l’incombente pericolo, che poi si è infatti realizzato, delle p38, gli omicidi, verso una lotta che si è trasformata poi in qualcosa di delittuoso. Il nostro obiettivo ovviamente non è stato quello di dare un giudizio, ma di raccontare una storia. Una storia che tutti più o meno conosciamo per averla studiata  e, in questo caso, per essercela fatta raccontare da Finardi stesso, che ci ha raccontato tutta una serie di aneddoti della sua biografia a  partire dal mondo politico.
Cercavamo un titolo che in qualche modo continuasse anche il tipo di racconto giovanile che già era stato fatto in Spring Awakening, sulle istanze, le necessità, i sogni, le aspirazioni e i problemi, le frustrazioni di una generazione, e questa c’è sembrata la via più convincente». 

 

A proposito del lavoro fatto con ragazzi, così giovani, che forse conoscono ancora meno la storia degli anni Settanta, rispetto a voi, come avete agito? Come avete lavorato per sfuggire al rischio della banalizzazione storica?
E.G.: «Guarda, per quanto siano molto giovani, hanno tutti una grande energia, vitalità, spontaneità,  anche nel modo stesso di essere attori e performer, e questo è indubbiamente un grande valore, perché è un modo di essere che scorre loro nelle vene e quindi non devono sforzarsi di recitarlo. Poi c’è da dire che  nella scelta del casting, dovendo fare riferimento al mondo degli anni Settanta e a personaggi colti e impegnati politicamente, siamo stati molto attenti ad a orientarci verso chi detenesse già in qualche modo una coscienza politica, una tendenza all’impegno».

A.C.: «E comunque abbiamo fatto un casting con fasi di lavoro molto lunghe e workshop: sono arrivati in 500 e poi a un certo punto ne sono rimasti 60. L’occhio con cui gli abbiamo selezionati è stato approfondito, non sono stati semplici provini di cinque-dieci minuti. Durante i workshop abbiamo visto film, documentari, abbiamo parlato di politica, abbiamo cercato di trasmettere ai ragazzi, per quanto possibile, ciò che sapevamo. In questo modo abbiamo raggiunto la composizione di un cast veramente con grande spirito critico, ricettività e una generosità sul palco molto forte».

Riguardo invece al titolo e al sottotitolo, scegliendo di fare riferimento a “la forza dell’amore” non avete avuto paura di rischiare una banalizzazione o comunque rischiare che fosse percepita come tale?
P.C.: «Sicuramente cercavamo un richiamo, che spiegasse con poche parole cosa stavamo facendo. Oggi scrivevo in un post su Facebook che non ricordo a memoria uno spettacolo musicale italiano dove vengono più volte nominate parole tipo P38, rivoluzione, sciopero, emancipazione: il nostro lavoro è stato quello di conciliarle con parole apparentemente banali come amore, amicizia, passione, sentimento, emozione..credo questa sia l’ennesima sfida di questo spettacolo, credo che parole spesso usate a vuoto come “amore” o “forza dell’amore”, messe accanto a queste altre parole acquistino molto più senso, siano più significanti. Parlare di amore, anche di quello che c’è in un gruppo o in un collettivo, contrasta con tutto un habitat che gli sta intorno e che invece vorrebbe relegare quelle parole alla sfera individuale o prettamente interpersonale. Oggi invece i ragazzi secondo me, oltre a innamorarsi tra di loro, cosa che fortunatamente ancora accadde, dovrebbero (e dovremmo anche tutti noi) cercare di stimolare un nuovo amore collettivo, ovvero un amore per le cose che si fanno insieme, fino ad arrivare all’amore per la propria città, per il proprio quartiere, per il proprio pianeta, quindi la “forza dell’amore” è da intendersi nell’accezione veramente più anni Settanta del termine».

Nel 1978 tra l’altro nasce anche il tuo gruppo, Pietro, [i Tugs]: come è stato rivivere in questo spettacolo quel periodo? Hai detto che la scelta del soggetto è stata in qualche modo legata anche a quelle esperienze: come ti ricordi quegli anni?
P.C.: «Io per natura non sono un nostalgico, racconto sempre che nella mia vita ho dormito poco a casa e sono stato molto in giro per il mondo, mi sono successe molte cose, come ne succedono a tutti ovviamente, ed ho quindi piu propensione a guardare avanti: credo di essere riuscito a portarmi dietro dalle esperienze passate solo ciò che mi serve per andare avanti. Quindi non ho un ricordo nostalgico degli anni Settanta, ai ragazzi non dico mai “ai miei tempi”, anche perché i miei tempi sono questi.
Cosa è successo allora ho cercato di spiegarlo ai ragazzi nel modo migliore possibile. Devo dire che la cosa più difficile da far comprendere è stata la convinzione che avevamo negli anni Settanta, quasi la fede, che il tuo operato personale incidesse con il mondo che ti stava attorno. Noi credevamo che tutto fosse collegato, che il tuo modo di agire incidesse non solo a casa tua o di fronte a casa tua, ma incidesse in Indocina, nella guerra del Vietnam, contro la Cia, che incidesse su qualsiasi cosa: questo concetto collettivo delle cose è ciò che ci portava a fare concerti in un liceo come se avessimo davanti Woodstock, cercando di dare un messaggio che non era per la ragazzina in prima fila, o meglio anche per lei, ma era l’idea che avevi comunque l’opportunità di avere un megafono che per te non finiva alla fine della sala. Se eri in una radio libera non stavi parlando al tuo quartiere, stavi parlando rivolgendoti a tutto il mondo. Questa cosa è difficile da spiegare ai ragazzi perché oggi sono chiamati tutti all’xfactor, all’idea che ce la puoi fare da solo, che sei speciale perché sei te, questa è una cosa completamente lontana da quei tempi come concezione».

La scelta di mettere in scena come contraltare contemporaneo al mondo degli anni Settanta l’attuale realtà dei rave ha sicuramente a che fare con una concezione della ribellione come atto prettamente generazionale, ma non politico. Perché questa scelta? Credi che in Italia ci sia oggi una musica che si ribella al sistema in maniera soprattutto politica?
P.C.: «Politicamente, a parte alcune frange veramente molto di nicchia, penso più a esperienze degli anni Novanta come i 99posse, oggi questo tipo di musica è veramente relegata al margine. A me quello che interessava qui era un movimento che, per quanto non estremamente diffuso, fosse a livello generazionale molto attivo. In un certo senso, fortunatamente la vita dei più giovani non è in tutti i casi così come viene raccontata nello spettacolo, ma proprio perché siamo in uno spettacolo abbiamo cercato una realtà che potesse essere messa in scena e rispecchiasse un determinato tipo di valori. Abbiamo cercato chi oggi, più o meno, prova a mettere fuori tempo le cose prestabilite, ovviamente con tutte le contraddizioni che ci sono nel mondo dei rave, quindi il contatto con le droghe, questi grandi gruppi borderline rispetto alla legalità, ma i metodi di aggregazione, le location fuori controllo, il sistema di mandarsi un messaggio e organizzare un evento semiclandestino accomunano queste forme di ribellione a quelle degli anni Settanta. È una forma, un modo di agire, che non esaurisce tutto il bisogno di ribellione che oggi dovrebbe essere espresso, ma lo abbiamo preso come esempio di ragazzi in qualche modo “curiosi” [le virgolette sono di Contorno], ragazzi che si fanno in quattro, che prendono un posto, lo puliscono, lo affittano, che è chiaramente qualcosa di diverso rispetto al ragazzo che se ne sta a casa davanti alla playstation, fermo lì.
Oltretutto è una sottocultura veramente molto molto grande: noi abbiamo avuto la fortuna di avere un ragazzo nella compagnia, legato a questo mondo, che durante la realizzazione dello spettacolo e la stesura stessa della drammaturgia ci ha fatto una specie di seminario, spiegandoci i gerghi utilizzati, le tendenze e tutto ciò che gira intorno a questo mondo».

Alla fine dello spettacolo Hugo si rivolge a Lara93 invitandola a sfruttare tutte le armi a disposizione che la nuova generazione ha, internet e tutto ciò che derivi dalla radio, per poter insieme ricominciare a credere nel cambiamento. Rispetto al periodo degli anni Settanta credete che oggi effettivamente sia possibile fare un discorso simile, sviluppare qualcosa di parallelo a ciò che è avvenuto in quegli anni? Credete che abbia ancora senso parlare di rivoluzione, di ribellione, oppure no?
A.C.: «Per quanto mi riguarda considerando che i ragazzi degli anni Settanta hanno fallito, e sono loro stessi a dirlo, ci si augura in realtà che quel tipo di rivoluzione non avvenga più negli stessi termini, ma in generale credo che un tipo di rivoluzione sia oggi quantomai necessaria, auspicabile e augurabile, perché oggettivamente a livello sociale stiamo arrivando a dei livelli veramente critici: siamo arrivati ad un momento in cui deve avvenire per forza una crisi e di conseguenza un ribaltamento, una rivoluzione. Sarebbe sicuramente interessante, anche se per adesso non abbiamo risposte, ritrovare attraverso queste nuove generazioni degli strumenti utili, strumenti che ad oggi credo non siano ancora ben visibili, né a noi né a loro. A queste generazioni si riconoscono tante caratteristiche negative, ma in realtà sono portatrici di molti più valori di quelli che si crede, perché gli è toccato in eredità un mondo in cui sembra non esserci più nessuna speranza e questo può essere un ottimo punto di partenza. A noi ci raccontavano che se studiavi, sei eri bravo, ti saresti sicuramente trovato bene, avresti trovato casa, lavoro, poi col tempo abbiamo capito, dopo, che non era così. I ragazzi di oggi invece partono già dal presupposto che cosi non sarà e quindi hanno dentro di loro delle risorse che io mi auguro faranno la differenza, perché appunto negli anni Settanta c’erano tante belle parole, tanti bei discorsi che però non sono riusciti a concretizzarsi, mentre partendo da aspettative più basse, ma forse più profonde, magari sarà invece possibile cambiare davvero».

E.G. : «Io sono ottimista, anche perché sennò non farei questo lavoro. Io credo davvero che il teatro sia un incubatore di idee e che quindi se siamo qui a parlare con te di questa cosa, con un cast di questo tipo, con una risposta da parte del pubblico non indifferente (c’è chi si alza e parla di banalizzazione chi invece dice “è proprio cosi”, ma comunque una reazione c’è sempre), sia già un punto di partenza. È ovvio che il teatro in qualche modo semplifica, non vogliamo mettere in scena Bauman, ma è vero che forse il problema di quella generazione lì è stato proprio quello di essersi presi troppo sul serio, mortalmente: questo gli ha resi asfittici e non sono riusciti a capire che forse proprio l’incertezza poteva essere l’apertura necessaria per andare avanti. Oggi invece domina il dubbio, noi siamo coltivatori di dubbi e i giovani altrettanto: la sola certezza che hanno è che tutto sia dubbio, che la realtà sia ambigua, incerta, precaria, sono nati con questa consapevolezza e forse questo è stato per loro come un vaccino che li ha messi oggi fuori pericolo. E, come diceva Alessia, noi ne conosciamo moltissimi che sono tutt’altro che superficiali, sono ragazzi interessanti, curiosi, che utilizzano magari linguaggi che noi ancora non sappiamo decodificare».

A.C.: «C’è sicuramente un’energia nuova, nuovi strumenti e nuove possibilità, dobbiamo solo imparare a cogliere i segnali e incoraggiarli. C’è un mondo intero che ha una forza prorompente, di cui non abbiamo forse ancora capito la portata…certamente io guardo ad esso con curiosità».

P.C.: «Proprio in quel dialogo a un certo punto Hugo dice a Lara93: «dammi una buona ragione per scendere di nuovo in piazza e io lo farò». Ora io non so se questa è solo una mia idea, se è vero o non è vero, ma in ogni caso questo è quello che vorremmo lasciare, questa è l’idea che vorremmo promuovere: se due generazioni riuscissero di nuovo a parlare, se riuscissero a ritrovare una simbiosi, secondo me quell’esperienza e la forza vitale della gioventù di oggi potrebbero portare a qualcosa d’importante».

 

Intervista agli attori:

 

La storia degli anni Settanta è una storia che conoscevate già bene?
A.B.: «Non benissimo, però a livello filmografico già abbastanza, poi ovviamente mi mancavano riferimenti precisi, date, eventi storici, personaggi ecc…».

F.M.: «Io in parte si, in effetti purtroppo è una parte di storia italiana che a scuola non si studia, io sono sempre stato affascinato dagli anni Settanta, ma più al mondo americano. Inoltre quando andavo al liceo avevo anche una band e gli anni Settanta in generale erano un periodo che andava di moda, invece per la parte di storia italiana mi sono meglio documentato durante la preparazione dello spettacolo ed è stata un’esperienza bellissima: è una storia molto più politicizzata rispetto all’americana. Mi piace molto il fatto che questo spettacolo non metta a confronto le due generazioni ma crei un incontro tra le stesse».

Mentre negli anni Settanta, Massimo, te avevi circa vent’anni, come è stato rivivere in questo spettacolo quel periodo? Come ti ricordi quegli anni?
M.O.: «Me li ricordo esattamente così, io c’ero davvero alle manifestazioni, ai festival a Parco Lambro, io me le ricordo le proteste, a gridare “nudi si ma contro la DC”. Ripensarci fa un po’ di nostalgia ma sicuramente, con la maturità di oggi, fa anche sorridere. Noi ci credevamo davvero allora, e soltanto a posteriori ci siamo resi conto che qualcosa non funzionava, che c’era qualcosa di sbagliato».

Alla fine dello spettacolo Hugo si rivolge a Lara93 invitandola a sfruttare tutte le armi a disposizione che la nuova generazione ha, internet e tutto ciò che derivi dalla radio, per poter insieme ricominciare a credere nel cambiamento. Rispetto al periodo degli anni Settanta credete che oggi effettivamente sia possibile fare un discorso simile, sviluppare qualcosa di parallelo a ciò che è avvenuto in quegli anni? Credete che abbia ancora senso parlare di rivoluzione, di ribellione, oppure no?
A.B.: «Guarda io ho riflettuto molto su questo discorso, perché ovviamente essendo noi i più giovani in questo contesto ci siamo sentiti dire che noi oggi siamo in difetto per molte cose, “non siamo più cosi, non facciamo questo, non facciamo quello…”. Questo secondo me non è vero, nel senso che noi agiamo molto più nel singolo, nell’individualità. Forse non è che non sappiamo fare, non sappiamo agire, ma piuttosto ci sentiamo soli, non abbiamo il senso dell’unione e questo non  ci permette di credere in qualcosa e pensare di potercela fare. Allo stesso tempo credo anche che ci sia chi gli strumenti di oggi, internet ecc, li sappia usare veramente molto bene e credo che in linea di massima tutta la nuova tecnologia sia e possa essere effettivamente molto utile».

F.M.: «Guarda non so dirti quale sia la scelta giusta, negli anni Settanta si cercava molto l’unione la collettività mentre negli anni Duemila vince l’individuo, ma non è detto che l’individualità sia per forza una soluzione peggiore perché la vera rivoluzione arriva prima di tutto dal cambiamento dell’individuo. Possiamo avere degli ideali a livello collettivo, ma se il singolo non è pronto a recepirli non hanno lo stesso valore. Considerando che negli anni Settanta qualcosa è andato storto, o hanno fallito o sono stati affossati gli ideali, non lo so, può darsi che la direzione verso cui stiamo andando oggi magari sarà migliore rispetto alla precedente».

M.O.: «Io penso che ci si possa lavorare, che oggi gli strumenti siano tanti ma che vadano saputi utilizzare nel modo giusto. Alla fine secondo me ci sono state in Italia in questi ultimi anni idee in qualche modo vincenti, che hanno saputo sfruttare al meglio la forza del web, primo fra tutti il Movimento 5 Stelle. Ma se guardiamo anche fuori dall’Italia, per esempio nel caso della Primavera araba, i nuovi mezzi informatici sono stati fondamentali. Credo quindi che, al di là dei rischi e delle possibili contraddizioni, già oggi abbiamo davanti agli occhi quello di cui è capace il nuovo mondo e di cui possono essere capaci le nuove generazioni».

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