Aida, un nuovo linguaggio musicale

Aida: un’introduzione

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Quella che si andrà a rappresentare al Teatro Verdi di Pisa il 30 ed il 31 gennaio è una delle opere verdiane più amate dal pubblico di tutto il mondo. Indicata come opéra-lyrique per eccellenza, l’Aida rappresenta una tappa fondamentale nell’evoluzione drammaturgica di Giuseppe Verdi e l’avvento delle “opere della vecchiaia” del Maestro bussetano.

Verdi giunse ad Aida dopo aver completamente esplorato il melodramma italiano con Rigoletto, Il Trovatore e La Traviata, dopo aver studiato nuove soluzioni dialettiche e drammaturgiche con Simon Boccanegra, Un ballo in maschera e La forza del destino e, soprattutto, dopo aver cristallizzato la propria evoluzione artistica (musicale e teatrale) in quel fulgido capolavoro che è Don Carlos. Cosa poteva dunque offrire in una nuova opera? Quale carta avrebbe giocato? Il ritorno al puro e semplice teatro musicale: Aida non è un’opera fortemente intellettuale (come Macbeth o Don Carlos) ma, per lo meno nella sua parte spettacolare, uno sfarzoso e barocco divertimento. Tuttavia in quest’opera si avverte una sottile inquietudine, l’inquietudine di un Verdi conscio della forte dicotomia che intercorre tra l’aspetto musicale e quello drammaturgico all’interno della sua opera: ad un linguaggio musicale all’avanguardia, prezioso, quasi aulico, fa da contrappunto una drammaturgia secca ed essenziale, all’interno della quale l’evoluzione del personaggio ha pochissimo respiro. Quello tra musica e dramma non è l’unico contrasto presente, anzi, l’opera ce ne offre svariati: amore contro gelosia, fedeltà contro tradimento, affetti contro legami familiari, Egitto ed Etiopia, classe dominante e schiavi, spettacolarità ed intimismo. Forse proprio in questo risiede il grande successo di Aida, nella sua comunicatività semplice ma oltremodo efficace e, soprattutto, nell’essere in grado di evocare diverse sensazioni e scenari allo spettatore.

L’aspetto evocativo dell’opera merita uno sguardo approfondito. All’epoca della stesura di Aida, in Europa dilagava una vera e propria mania per le civiltà antiche ed esotiche in generale e per l’antico Egitto in particolare, impulso causato dai suggestivi ritrovamenti negli scavi archeologici (curiosamente è proprio un archeologo a scrivere il soggetto di Aida), pertanto serpeggiava il fascino di questo Egitto arcaico e misterioso e Verdi è bravissimo nell’afferrare questa moda e nel sublimarla nella propria opera: i cori dei sacerdoti, le danze caratteristiche, il canto solitario di Aida, il Nilo, tutti questi sono momenti di eccezionale potenza evocativa, capaci di farci udire l’eco di una civiltà sepolta nei secoli.

Aida_cast_-_croppedL’ambientazione esotica consente a Verdi di dare fondo alla propria creatività, proponendo al pubblico melodie sinuose e tortuose ma vergate nel segno della consueta concisione unite a procedimenti armonici e timbrici tanto sperimentali quanto geniali: bastano sedici battute di sol ribattuti dai primi violini (in pianissimo e con le sordine) uniti ad un flauto orientaleggiante per far affiorare dal nostro immaginario la visione una notte stellata sul Nilo; questo è il punto, il nostro immaginario: Verdi non scrive un’opera “archeologica”, gioca con l’antico Egitto del nostro immaginario collettivo, modellando la propria creatività sul gusto e sulla percezione occidentale di un Egitto antiquario. Inventare il vero è sempre meglio che copiarlo, come diceva spesso il Maestro, ed Aida è un’ulteriore riprova di ciò. Una mossa scaltra, senza dubbio, ma non improduttiva perché i momenti più interessanti – musicalmente parlando – dell’opera sono proprio questi “esperimenti” ed i passaggi intimisti di cui si accennava all’inizio poiché consentono a Verdi di esplorare queste nuove espressività e di portare alle estreme conseguenze forme musicali fin troppo note come quella della romanza. Si prenda, ad esempio, il celeberrimo Oh patria mia: sembra qualcosa di incredibilmente nuovo, eppure si tratta di una romanza canonica.

Da molti Aida viene, a ragione, accostata a Nabucco: in entrambe l’apparato musicale è sfolgorante, mentre la drammaturgia è essenziale, quasi stilizzata, a sentimenti forti e ben marcati rispondono cori di popolo e di sacerdoti, ma Aida è artisticamente superiore a Nabucco proprio in questo, nel superamento delle forme canoniche riuscendo a contestualizzarle in modo significativo rispetto all’ambientazione ed all’azione scenica, difatti nell’una abbiamo una perfetta mìmesis musicale negli appartamenti della principessa Amneris (Atto II), nell’altro abbiamo una Marcia funebre (Parte IV) che più italiana e volgare – nel senso del volgo, del popolo – non si potrebbe. Inoltre in Aida c’è un elemento che mancava totalmente in Nabucco: la sensualità, che è – se vogliamo – una componente imprescindibile dell’esotismo caratterizzante le vicende della principessa etiope.

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In conclusione, mi sembra evidente che etichettare l’opera come mero “prodotto” sia un’azione quanto mai superficiale. Si tratta innegabilmente di un prodotto, dato che gli era stata commissionata dal Khedivé d’Egitto Isma’il Pascià per l’inaugurazione del Teatro khediveale dell’Opera del Cairo (e qui si spiega il significato del Trionfo, parata militare improbabile per l’epoca dei Faraoni ma assolutamente consueta nell’Ottocento), ma un prodotto di assoluta ed elevatissima rilevanza artistica che mostra – se ce ne fosse ancora bisogno – la grandezza di uno dei titani della musica colta italiana.

Luca Fialdini

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