Acqua, poesia e simbologia

L’acqua e le sue declinazioni simboliche nella poesia del novecento

Mi perdonerà Schopenhauer se lo cito quando affermava che “Nessuna verità è più certa, più assoluta, più lampante di questa: tutto ciò che esiste non è altro che l’oggetto in rapporto al soggetto.”

Biagio-Chiesi-Danza-nellacqua

Una storiella zen, similmente, opponeva all’unicità della luna l’infinita moltitudine dei suoi riflessi su mari, laghi e fiumi: ogni cosa, in altre parole, non è che una nostra rappresentazione individuale e soggettiva. Sin dai propri albori la poesia si è appropriata delle immagini della natura per modellarle secondo le proprie necessità comunicative e simboliche, e forse nessun elemento è deformabile ed adattabile a questi fini quanto lo è l’acqua, intrinsecamente priva di una forma definita.

Essa si è vista variare in immaginazione e forma per veicolare un ventaglio di messaggi e concetti anche opposti: si veda per esempio la Commedia di Dante dove i fiumi rappresentano un momento di transizione, sia esso negativo come l’Acheronte solcato il quale si accede all’Inferno o lo Stige che precede la città di Dite, o sia positivo come i due fiumi dell’Eden, il Lete che cancella il ricordo dei peccati commessi in vita e l’Eunoé che rafforza il ricordo del bene compiuto.

Nella stessa opera troviamo il lago Cocito come una distesa ghiacciata, non transitoria ma immobile nell’intrappolare e nel rendere eterna la punizione dei più bassi tra i peccatori e di Lucifero stesso.

Nei casi del Cocito e dei fiumi dell’Eden vediamo dunque l’acqua legarsi ai concetti del tempo e della memoria, e in effetti è forse questo il binomio simbolico in cui il liquido si è visto collocare con maggiore frequenza.

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La scelta di testi in tema è ampia, e mi restringerò per questo all’otto-novecento: cominciamo da “Le Pont Mirabeu” (1912) di Apollinaire, in cui il moto incessante della Senna viene associato allo scorrere del tempo, per cui la vita, gli amori ed i ricordi del poeta – il ponte, che invece resta solido e malinconico- vengono trascinati via dall’impietoso fiume.

[…] Passent les jours et passent les semaines Ni temps passé Ni les amours reviennent Sous le pont Mirabeau coule la Seine

Vienne la nuit sonne l’heure Les jours s’en vont je demeure

[…]

Passano i giorni e passano le settimane Né il tempo passato Né gli amori ritornano Sotto il ponte Mirabeau scorre la Senna

Venga la notte suoni l’ora I giorni se ne vanno io sto ancora

Al contrario, per restare in ambito francese, nel testo “Le Lac” (1820), Alphonse Lamartine si rivolge malinconicamente al lago nella condivisione del ricordo di un incontro con l’amata deceduta, avvenuto sulle sponde cui l’autore domanda adesso consolazione.

Le Lac LamartineL’acqua viene eletta sublimatrice del passato e confidente del poeta, come se fosse in grado di custodire in sé i segreti degli eventi di cui è testimone. Al contrario del testo di Apollinaire, essa è identificata come una difesa contro lo scorrere del tempo, in quella che è d’altra parte un’opposizione concettuale e rappresentativa piuttosto chiara tra il moto del fiume e la tranquillità del lago.

 

[…] O lago! rocce mute! grotte! foresta oscura!

Voi che il tempo risparmia o che può ringiovanire

Conservate di questa notte, conservate, bella natura,

Almeno il ricordo!

Che sia nel tuo riposo, che sia nei tuoi temporali,

Bel lago, e nell’aspetto dei tuoi ridenti poggi,

E in questi abeti neri, e in queste rocce selvagge

Che pendono sulle tue acque! […]

Il ruolo di custode della memoria è similmente affidato all’acqua da Ungaretti ne “I fiumi” (1931). I fiumi in questione sono quelli legati alle città della vita dell’autore, e d’altra parte sono proprio essi che hanno fornito l’impulso a edificarle, così come al poeta permettono di ri-sorgere, restituendogli la coscienza di sé e delle sua identità al termine della prima guerra mondiale.

[…]

Ho ripassato

Le epoche

Della mia vita

Questi sono

I miei fiumi

[…]

Questa è la Senna

E in quel suo torbido

Mi sono rimescolato

E mi sono conosciuto

[…]

A proposito della funzione vitale dell’acqua, in toni più scherzosi è doveroso ricordare “La fontana malata” (1909) di Palazzeschi, che – caso raro – la sposta dal suo contesto naturale per collocarla in uno squisitamente artificiale, seppure personificato e vivo, attribuendo alla fontana un’anima i cui singulti si manifestano attraverso l’atto di pompare.

[…]

Si tace,

Non getta

Piu’ nulla.

Si tace,

Non s’ode

Rumore

Di sorta.

Che forse…

Che forse

Sia morta?

Orrore!

Ah! no.

Rieccola,

Ancora

Tossisce,

Clof, clop, cloch,

Cloffete,

Cloppete,

Chchch….

[…]

Concludo questa breve rassegna con Verlaine, che usa l’acqua -stavolta nelle sembianze di pioggia – per fornire una descrizione puramente emotiva, legandola a un sentimento negativo ignoto, naturale, non provocato, accidentale e spontaneo in “Il pleure dans mon coeur” (1874).

L‘acqua diventa qui simbolo di un malessere esistenziale che piove sul cuore, come per spegnerlo.

 Piange nel mio cuore

Come piove sulla città.

Cos’è questo languore

Che penetra il mio cuore?

O dolce brusio della pioggia

A terra e sopra i tetti!

Per un cuore che si annoia

Oh il canto della pioggia!

Piange senza ragione

In questo cuore che si accora.

Cosa! Nessun tradimento?

Questo dolore è senza ragione.

E’ certo la peggiore pena

Il non sapere perché

Senza amore e senza odio

Il mio cuore ha tanta pena!

Sarebbero molti i testi degni d’essere presi in considerazione: credo che pressoché ogni autore si sia servito dell’elemento in una forma o nell’altra. Il tema dell’acqua merita il riconoscimento di avere attraversato ogni era con risultati diversi per ognuno degli interpreti che lo hanno filtrato; e tuttora l’acqua si presta ai più disparati simbolismi e interpretazioni, aperti a chiunque si appresti a modellarne la sostanza.

Luca Angeli

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